sabato 4 gennaio 2014

CONTROCORRENTE PER CICCIO

CONTROCORRENTE PER ONESTA’ Mentre mi accingo a scrivere, mi par di udire le voci di chi si ergerà a paladino della Giustizia e di verità assolute, di chi si ammanterà di sacralità giuridica o giustizialista, e commenterà questa mia profonda quanto spontanea considerazione. Lo faccio per rispetto nei confronti di un uomo che ha rappresentato, per tanti poliziotti, un simbolo Antimafia negli ultimi trenta anni; perché oggi ci sarebbe stato qualcuno che mi avrebbe spinto a farlo. Lo faccio per tutti i morti che ci siamo lasciati dietro in un Paese violentato dalla Mafia e dalla corruzione; per le lunghe notti che ho trascorso, in attesa di un “rientrate” che non arrivava mai; perché penso così di dar voce a tanti che fiato non hanno più. Lo faccio per quella mano distesa a Genova, pronta a stringere altre mani, in una delle prime udienze nel processo per i fatti occorsi alla Diaz, e mai ricambiata; per i silenzi che quest’uomo ha affrontato e sopportato per tredici anni e per quelle nocche, troppe volte serrate. Lo faccio per ciò che ho percepito dalle azioni costanti di un dirigente che “ha operato senza risparmio di energie, non dando disposizioni da dietro una scrivania, ma per strada”; onesto nell’esercizio delle sue funzioni. Parlo di Francesco GRATTERI. “CICCIO”, per i più vecchi mobilieri, l’uomo che spopola sul web per essersi esposto in pubbliche dichiarazioni subito dopo i tragici fatti della scuola Diaz. Ho voglia così di raccontarvi dell’abile investigatore, del suo puntuale intuito nelle vicende giudiziarie più clamorose e conclusesi brillantemente sempre con l’arresto di latitanti e mafiosi eccellenti. Del coraggio che sapeva infondere in chi aveva la fortuna di far parte delle squadre che ha diretto durante i suoi mandati, della passione e dell’onestà intellettuale con la quale ha affrontato questa -quanto mai- discussa professione. Del suo carattere burbero ma deciso. Comprendo però che rischierei di descrivervi solo uno spicchio della sua vita. Vorrei così che vi soffermaste per un momento sul termine “professione poliziotto”, cercando di valutarlo nella sua accezione più ampia, riflettendo sul senso morale e giuridico che dovrebbe accompagnare ogni nostra azione civile in un’epoca moderna, indipendentemente dallo status rivestito da ciascuno. Indipendentemente da quanto faccia un’Istituzione per rendere un professionista ogni singolo elemento che la compone; indipendentemente dalla passione e dall’identificazione più o meno forte di ciascuno con la propria Istituzione. Indipendentemente dai controsensi che talvolta il ruolo impone. L’ho fatto tante volte nella vita. E continuo a farlo per me e per tanti come me che hanno scelto “la professione” del poliziotto e non “il mestiere” del poliziotto, ma anche per tanti come lui, che si sono ritrovati prepotentemente sbattuti in prima pagina, prima di ogni giusto processo, prima di ogni giusta sentenza, col pensiero forte che mi attanaglia di quanto, questo abbia potuto incidere sugli accadimenti giudiziari successivi. Lo faccio per la sorte che sta toccando ad uomo dopo il giudizio della Suprema Corte, per le considerazioni che si stanno leggendo su più testate giornalistiche dopo la negazione dell’affidamento in prova ai servizi sociali; quasi che non si trattasse più di un condannato da rieducare, com’è sancito dalla nostra Costituzione, ma di un uomo del quale la società potrebbe fare volentieri a meno. Mi chiedo fin dove riuscirà (e se mai inizierà) la sua opera di rieducazione nei confronti di qualche “eccellente” condannato per mafia. Scrivo così per insegnare a mio figlio a credere e a sognare e ad appassionarsi nel lavoro, nelle amicizie, come negli amori. A trovare il coraggio nel percorrere sempre obiettivi etici nella vita che sceglierà; a essere consapevole che qualunque sia la scelta, fatta per un fine alto, nell’interesse collettivo e non del singolo, nell’interesse del Paese e non di uno Stato che assiste inerme alla decadenza di una Giustizia sempre più anemica, può comportare spesso una “rottura”: col sistema-paese, con la morale comune, con verità troppe volte distorte da false rappresentazioni, con la politica dei mal Governi. Perché allora sì che ha un senso, la vita. Mentre non riesco ad arginare quell’inquietudine, se penso a come sia facile per qualche organo di stampa dissolvere la nostra storia. La storia del nostro Bel Paese e della Polizia di Stato. La storia di un’Italia cambiata, d’italiani avvolti da sfiduciata rassegnazione, che percepiscono le difficoltà nell’esercizio reale, tempestivo, costante della “forza” da parte dello Stato, delle sue Istituzioni… o probabilmente sarebbe più giusto dire “da parte degli uomini che le compongono”. Ora consentitemi almeno questo: una sofferta, empatica considerazione, spinta dai momenti difficili che questo Paese sta affrontando, che partono sì dalla politica ma che toccano il vissuto di tante famiglie, di tante “belle persone”. E’ questo un periodo che è percepito con disagio, paura per il prossimo futuro, destabilizzante anche per chi è stato abituato –a schiena dritta- ad affrontare le avversità della vita, ma questo non deve poter consentire a tanti di parlare con faciloneria, con toni di disprezzo verso le Istituzioni e verso gli uomini che rappresentano, o hanno rappresentato degnamente, il nostro Stato. Che dolore prende quando a farlo sono proprio gli uomini che dovrebbero rappresentarlo, in pubblici consessi, in piazze virtuali, in salotti ciarlieri. Ecco perché penso a ciò che in questi anni mi hanno lasciato i tanti Franco, Gilberto, Antonio, Francesco, Vittorio. La sobrietà e la correttezza nell’assumersi anche il ruolo di indagati, per tanti di loro anche il protagonismo che avrebbero voluto evitare dopo la condanna. Un pensiero lo rivolgo pertanto ai tanti che hanno sacrificato la vita per il nostro Paese ma anche a tutti quelli che si sono sacrificati e continuano a farlo tutt’oggi, in silenzio, senza avere un posto in primo piano, senza pubblici riconoscimenti, portatori di valori autentici, difesi ogni giorno con serietà nel lavoro e costanza, nel rispetto di diritti umani garantiti. Ed ancora: per quanto mi sarà possibile, nel rispetto del ruolo pubblico che rivesto, non consentirò ad alcuno di sporcare l’onesto vissuto di tanti operatori della Sicurezza, di quelli che hanno patito l’Antimafia sulla propria pelle. Non permetterò che la memoria di un Paese venga dissolta da parolai da ultim’ora. Per questi motivi sono io che chiedo scusa a Franco GRATTERI, per averlo ricordato in questa lettera, per aver anch’io avvertito oggi “Il bisogno di tutelare la cosa alla quale ho sempre attribuito un valore assoluto e di doverlo fare per me e per tutti quei poliziotti per bene con i quali ho avuto la fortuna e l’onore di lavorare: è la mia dignità”. Di donna e di poliziotto.

giovedì 15 marzo 2012

INCIDENTE IN SVIZZERA? POTEVANO SALVARSI

L'incidente avvenuto in Svizzera ai bambini belga pone un drammatico interrogativo: potevano salvarsi? A quanto pare si. Segnalo articolo.

http://www.sicurauto.it/blog/news/incidente-pullman-in-svizzera-quei-bambini-si-potevano-salvare.html

martedì 18 ottobre 2011

ACAB

“A Valle Giulia, ieri
si è così avuto un frammento
di lotta di classe: e voi amici
(benché dalla parte della ragione)
eravate i ricchi.
Mentre i poliziotti (che erano dalla parte
del torto) erano i poveri.
Bella vittoria, dunque,
la vostra! In questi casi
ai poliziotti si danno i fiori, amici. “
P. Pasolini

FIERO DI ESSERE UN ACAB

ACAB ... leggo questa scritta stamani mattina mentre mi reco al lavoro ... lì per lì non le darei molta importanza se non fossi colpito dal posto in cui è tracciata: un cartello che avverte dei possibili controlli sulla velocità. Il tratto di strada è uno di quelli particolarmente a rischio e su cui tali controlli sono perfettamente legittimi, anche alla luce di tutte le nuove disposizioni. Poi mi assale uno scossone, il torpore del primo mattino sparisce veloce e mi rendo conto che la vernice (nera) è apparsa oggi 18 Ottobre, esattamente due giorni dopo la follia barbarica del sacco di Roma. Coincidenza? Forse, ma dopo 23 anni sulle strade non ci credo quasi più. Mi viene più da pensare alla stupidità demagogica di chi si sente autorizzato da quanto accaduto a sfogare i propri demenziali istinti repressi ( e la propria invereconda codardia). E mi rendo ancor più conto se mai ce ne fosse stato ancor bisogno (ma la speranza è sempre l'ultima a morire) di essere un bersaglio (facile), un capro espiatorio, uno riconoscibile sempre e comunque (e fiero di questo). Uno sempre sotto la lente di ingrandimento dei soliti furbetti e saccenti di turno che devono ritenere la loro democrazia sempre migliore di quella altrui, che non accettano regole o che se le accettano lo fanno con ipocrisia, pronti a lanciare domani il “sasso” e nascondere la mano. Io so che ogni mio errore, sia minimo che grande, verrà passato alla lente d'ingrandimento e i soliti savonarola saranno pronti a pubblici roghi di piazza, spesso neppure sapendo di cosa parlano. Ma so altrettanto bene che quella scritta, resterà impunita, che i suoi autori mai pagheranno anche se identificati e che la maggior parte di coloro che transitano leggendola, ammiccheranno e in molti casi solidarizzeranno. E' ormai costume comune, appena si vede una divisa, specie la mia, che fa rispettare davvero tutte le regole, soprattutto quelle di buona educazione e civiltà, provare un senso di insofferenza e mettere subito, e a prescindere, in discussione l'operato della sua autorità. E allora mi sveglio nel mattino freddo e sconsolato vedo un paese fatto di piccoli rancori e personalismi, che cova una violenza cieca, senza coraggio, che per maturare e protestare nel modo giusto, per ottenere senza pretendere, per cacciare i disonesti con la forza delle regole e dell'esempio ha ancora tanta strada da fare. Così rimango solo con la mia divisa da “acab” comunque fiero d'indossarla, se pur molto indignato con la casta e con il popolo, con i miei errori e la mia umanità, senza pretesa di perfezione, ma con la speranza che un piccolo seme di legalità possa germogliare sempre più e sconfiggere malcostume, barbarie e stupidità.

Filippo Fusi
Comandante Polizia Municipale Bagno a Ripoli

martedì 20 settembre 2011

STRISCE PEDONALI

Trovo molto utile quanto affermato in merito al concetto di omicidio stradale dal comandante Filippo Fusi. Approfondire tali tematiche in modo rigoroso, ma al contempo fuori dai denti aiuta la riflessione.

Dico subito che mi trovo d'accordo con il concetto di omicidio stradale, ma che al contempo nutro dei seri dubbi, non sul comandante scrivente, ma su come la classe politica soventemente applica e soprattutto scrive le nuove norme. Ossia si parte bene nelle intenzioni e si finisce con scrivere male le norme.

Procedo con un esempio: le modifiche al codice della strada relative al pedone ed alle strisce. L'art. 190 stabilisce in merito al comportamento dei pedoni al comma 2 che: "per attraversare la carreggiata devono servirsi degli attraversamenti pedonali... Quando questi non esistono, o distano più di cento metri... possono attraversare la carreggiata solo in senso perpendicolare, con l'attenzione necessaria..." .
Il terzo e quarto comma prevedono inoltre che il pedone non può attraversare la strada in diagonale e non può sostare sugli attraversamenti.

L'art. 191, che è stato pesantemente modificato l'anno scorso, prevede un radicale cambio di rotta comportamentale del conducente nei confronti del pedone. Ora il conducente ha l 'obbligo di fermarsi sulle strisce e deve dare la precedenza quando il pedone si accinge ad attraversare. In più al pedone sono consentiti altri comportamenti che collidono con l'articolo precedente.
Il comma 2 dell'art. 191 recita che il pedone sulle strade sprovviste di attraversamenti se hanno già iniziato ad attraversare devono poter concludere in sicurezza. Il comma 3 obbliga i conducenti a fermarsi ".quando una persona invalida con ridotte capacità motorie o su carrozzella... o comunque altrimenti riconoscibile, attraversa la carreggiata o si accinge ad attraversarla, e devono comunque prevenire situazioni di pericolo che possano derivare da comportamenti scorretti o maldestri di bambini o di anziani, quando sia ragionevole prevederli in relazione alla situazione di fatto".

Tali norme ad una prima lettura sembrano perfette. Ad una seconda si vede che invece entrano in contraddizione e che soprattutto si prestano a mutevoli interpretazioni che in caso di sinistro portano in automatico al concorso di colpa.

Praticamente un anziano può attraversare dappertutto senza regole. La norma a prima vista è valida ma nella realtà no. Addirittura potrebbe portare ad un aumento del numero dei pedoni anziani investiti per mancanza di chiarezza.

Le eccezioni alle regole creano caos. Se fuori dalle strisce non si dà la precedenza al pedone, non la si dà punto e basta.
Al contrario sulle strisce ci si ferma sempre.

Inoltre sempre per rimanere in tema la norma ora praticamente impone lo stop del conducente sulle strisce e quindi quasi tutte sono posizionate male o dopo gli incroci oppure dietro gli angoli, oppure dopo gli stop senza rispettare i cinque metri di legge.

La sicurezza è una cosa seria e come tale va trattata. Per questo sono d'accordo con il comandante Fusi quando parla di considerare i sinistri stradali alla stregua delle "scene del crimine" in modo da partire con delle rilevazioni serie ed approfondite come purtroppo oggi non avviene.

Solo una maggiore serietà nel trattare l'argomento sicurezza stradale porterà a dei significativi miglioramenti nella riduzione dei sinistri.

Salvatore Calleri

Presidente Fondazione Caponnetto

martedì 30 agosto 2011

Sull'introduzione del nuovo reato di “omicidio stradale”


         In questi giorni è posto al centro dell’attenzione il dibattito circa l'istituzione del reato di omicidio stradale. I “rumors” e le varie prese di posizione (molte anche fuori luogo e di cattivo gusto) su un tema delicato e sensibile quale quello in discussione, mi fanno sentire la necessità, nonostante il riserbo necessario per chi svolge la mia professione, di intervenire, sia pure con la dovuta discrezione e con grande rispetto per tutti coloro che hanno subito un lutto per tale causa, con la consapevolezza che da addetto ai lavori con qualche anno di esperienza alle spalle anche il mio punto di vista può avere un qualche valore.
          In principio, da uomo di legge in prima linea (e, lo ammetto, forse troppo semplicisticamente), ritenevo che il quadro normativo, se correttamente interpretato, fosse sufficiente. Già con la normativa attuale, infatti, se si partisse dalla situazione tragicamente contestualizzata e si mantenesse la necessaria tensione emotiva fin nelle aule di giustizia e se determinati criteri fossero applicati con inflessibilità (ad esempio l'elemento soggettivo quale il dolo eventuale) si potrebbe procedere ad arresto in flagranza in svariate fattispecie e giungere a severe condanne.
             Del resto, anche se già so che i fini giuristi storceranno la bocca, come “giudice di strada” personalmente ritengo che la pericolosità sociale desunta dalla personalità e dal comportamento nelle circostanze del fatto, anche in caso di omicidio per colpa in conseguenza di voluta e cosciente violazione delle norme di circolazione stradale, sia ben configurata per chi commette tale reato, tanto più dal momento che può reiterarlo fin da subito, e che sia quindi legittima l'emissione di provvedimenti di custodia cautelare.
            In Italia (patria della ridondanza giuridica e delle antinomie per eccellenza) applicare con semplicità anglossasone e drasticità teutonica le regole esistenti è impresa ardua, ecco quindi necessitare una fattispecie certa che tolga ogni possibilità di dubbio interpretativo e spunti le armi ai troppi “azzeccagarbugli” che popolano le aule di giustizia.
E allora ben venga il reato qualificato come “omicidio stradale” anche se, da addetto ai lavori, dal basso della mia “praticaccia”, mi permetto di invocare quantomeno alcune certezze che consentano di redigere bene la legge sì che non resti solo un bell'esercizio ermeneutico e sopratutto consentano a noi operatori della strada di avere una vera arma non più caricata a salve, per contrastare tale “calamità”.
         Pertanto :
  • si valuti la possibilità di qualificare la fattispecie di “criminalità stradale” ovvero di identificare tutta una serie di comportamenti ad altissimo rischio commessi alla guida come atti criminali a cui l'ordinamento giuridico (e quindi la collettività) risponda con la massima durezza e con pene rigorose e certe;
  • si inizi finalmente a cambiare mentalità giuridica e ci si approcci agli episodi di criminalità stradale trattando il teatro dell'evento come vera e propria “scena del crimine”, utilizzando quindi tutte le tecniche investigative anche scientifiche necessarie all'accertamento dei fatti. Troppo spesso i reati stradali, vengono ancora considerati “figli di un dio minore” e trattati fin dall'inizio con troppa superficialità. Si pensi alla comune banale spiegazione (che troppo spesso si legge ancora nei verbali) della “perdita di controllo” di un veicolo. Questa è sempre riconducibile a una causa o quantomeno concausa che è necessario e, ad oggi, nella quasi totalità dei casi, possibile, accertare con il massimo scrupolo, attraverso investigazioni, riscontri ed esami specifici. Si pensi ad esempio alla possibilità di ricondurre , appunto, la “perdita di controllo” da parte di un soggetto perfettamente lucido, ad una telefonata in arrivo o in partenza dal suo cellulare non ispezionabile perché andato distrutto nell'urto (attraverso investigazioni specifiche è possibile risalire con certezza a questo evento). Così come è possibile individuare tutta la catena delle responsabilità oggettive, quali progettazioni errate delle sedi stradali, segnaletica insufficente ecc... e perseguire con lo stesso rigore e in concorso con l'eventuale omicida coloro che risulteranno responsabili.
  • Si abbia, quindi, il coraggio di non limitarsi a qualificare “omicidio stradale” solo quello commesso sotto influenza di alcool o sostanze stupefacenti ma, proprio in virtù di questo auspicabile cambio di mentalità, anche tutti quelli commessi in spregio alle regole etiche (in senso strettamente giuridico senza dover scomodare giuspositivisti e giusnaturalisti). Per ottenere questo risultato occorre però produrre un disposto legislativo depurato da ogni emotività, che tenga nel giusto conto le aspettative della pressione popolare e dei familiari delle vittime della strada ma non ne sia condizionato, che esuli dalla “pietas” sbilanciando troppo il concetto giuridico a favore della vittima (troppe volte non si valutano bene e con la dovuta oggettività anche le loro responsabilità). Una legge per poter essere davvero efficace, dovrebbe essere sorda e cieca e basare la sua applicazione solo sui fatti oggettivi (una madre che non assicura il proprio figlio ai sistemi di ritenuta determinandone per effetto di questa condotta scellerata la morte deve essere considerata al di là di ogni “pietas” un'omicida)
  • facciano fino in fondo la propria parte le istituzioni pubbliche, non solo reprimendo ( come è doveroso e necessario ), ma fornendo le situazioni migliori sia ambientali che strutturali, per mettere l'utente in grado di rispettare le regole e prevenire un sì tanto tragico evento. Per rispettare bene le leggi occorre anche essere messi nelle migliori condizioni per farlo. Dovere dell'istituzione pubblica è quindi senza ombra di dubbio anche quello di garantire puntuali e costanti manutenzioni stradali, eliminare tutte le possibili “sacche” di pericolo strutturale, operare per una migliore e sempre più chiara segnaletica, usare tutti i mezzi di comunicazione necessari per “coinvolgere” ed “educare” gli utenti nei processi preventivi e investire correttamente in questi ambiti “tutti” i proventi delle sanzioni stradali. E anche qui si potrebbe scrivere ad oltranza, ma il concetto pare a chi scrive già abbastanza chiaro.
        Senza quindi dilungarmi ulteriormente ritengo che i tempi siano finalmente maturi per l'introduzione del nuovo reato a patto però che l'impianto normativo sia solido e ben ancorato alle esigenze di giustizia e tutela delle parti deboli e soprattutto a condizione che si lavori partendo dalla norma per un radicale cambio di mentalità nell'approccio e nella considerazione della violenza stradale, non solo da parte dell'opinione pubblica ma anche da parte di tutti gli addetti ai lavori e di tutti i soggetti coinvolti. Spero infine che i concetti volutamente forti che ho fin qui espresso producano un dibattito severo su un argomento troppo delicato per essere lasciato alla sola emotività popolare.

                                                                                                           Filippo Fusi
                                                                                  Comandante P.M. di Bagno a Ripoli (FI)